IL DALAI LAMA E LA SCIENZA



La paura di vederci bene

A volte le certezze servono a renderci ciechi nei confronti di una realtà in continuo mutamento.

In questi giorni ho appreso dai quotidiani che il Dalai Lama, il massimo rappresentante spirituale del mondo buddista, è intervenuto al Congresso della Società di Neuroscienze per portare le sue riflessioni circa il rapporto tra meditazione e ricerca scientifica.

Tale intervento è stato contestato da una parte degli scienziati perché avrebbe inficiato il valore scientifico del Congresso.
In realtà, oggi sono numerosi gli studi scientifici che hanno studiato e verificato il benessere psicofisico prodotto nelle persone che praticano meditazione (molti di tali ricerche sono state effettuate su monaci tibetani).

Personalmente non voglio aggiungere qui altre riflessioni sull’effetto positivo che hanno sull’essere umano tutta una serie di tecniche che portano l’attenzione, la consapevolezza e anche la concentrazione su se stessi.
Voglio, invece, lanciare qualche spunto di riflessione sulla ricerca diffusa di punti di riferimento certi attraverso i quali si costruisce, poi, un proprio mondo interiore.
Ovviamente è innegabile l’influenza del mondo esteriore su ognuno di noi.

Tuttavia, vivere la propria vita costruendo “certezze”, dal mio punto di vista è un modo raffinato di farsi del male.
Non entro nel merito delle questioni etiche, del riferimento a norme socialmente condivise.
Mi riferisco alla


ricerca, a volte quasi ossessiva, di convinzioni emozionali o di pensiero ai quali poi doversi attenere sostanzialmente per negarsi la possibilità di vedere oltre ed altro.


Ad esempio se mi sono costruita la certezza di dover avere le vertigini quando il mio corpo si percepisce ad una certa distanza dal suolo, oppure di dover temere chi su un argomento pensa qualcosa di diverso da me, oppure ancora di considerare sfuggente chi non guarda negli occhi mentre comunica con me, automaticamente (ossia letteralmente senza pensarci) eviterò di sperimentare che posso non precipitare solo guardando giù se so di avere certi i miei confini fatti di ringhiere o altro,

eviterò di relazionarmi con un altro essere umano

che mi esprimerebbe solo la sua verità senza nulla togliere alla mia, e probabilmente non mi accorgerò che l’interlocutore era un nativo americano (un cosiddetto indiano d’America) per il quale è troppo intimo culturalmente guardare l’altro negli occhi.

In altre parole, quando si rimane ancorati alle proprie certezze si perde una grande fetta di realtà che è ricca e colorata di tanti pensieri, umori, sapori, colori, emozioni diverse, tutte vere in ugual misura.
Io non sono una scienziata, ma mi affascina conoscere ciò che non mi appartiene già.
Come ricercatrice e appassionata dell’essere vivente avrei voluto partecipare al Congresso della Società di Neuroscienze per sentire cosa aveva da dire il Dalai Lama, come gli scienziati della materia, senza dimenticare che anche qualsiasi metodo di ricerca “rigorosamente scientifico” non può prescindere dall’osservatore, ossia dall’essere umano che è tutto fuorché non relativizzabile!

Dott.ssa Maria Rosa Greco

Psicologo clinico e psicoterapeuta della Gestalt

17/1/2005)


da T e r r a n a u t a

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6 thoughts on “

  1. leggendo, di corsa,
    (pure di corsa, che qui quando scrivi grande scrivi però in grigio che non facilita no,)
    dico due cose due.
    La prima è che la meditazione fa bene e lo scopriremo sceitnificamente anche è solo questione ti ‘tempo politico’ e se il dalai lama ha scelto questo luogo e questo tempo, per me è un buon segno (o un cattivo segnoa anche forse sull’avvicinarsi di qualche…resadeiconti..)
    La seconda è che la dottssa che dice che l’uomo come sservatore è tutto fuorchè non relativizzabile…sbaglia usando la superbia umanista.
    L’osservatore umano, la cui ‘difettosità’ di osservazione e ‘realtività’ di osservazione è ovvia ai più, se posto in un insieme di osservatori educati e se usata una appopriata distribuzione statistica, e se stabilita bene la nnumerosità campionaria e se stabilito bene il campione, da ottimi risultati, nel senso di scientificamente accettabili.
    Gli umanisti in genere tendono a sconvolgersi all’idea di poter esser scientificizzati, avendo paura che questo li privi di umanità.
    E’ solo ignoranza (nel senso di ignorare) delle disciplne scientifiche.

    Ma questo non è il problema…è solo conseguenza della scissione della nostra scienza in umana e non, una delle tante scissioni illusorie…

    Io continuo a provare a meditare…

    Dimenticavo,
    ero venuto per sottoporti un quesito, sottoforma di post, da me…
    quando ti va..
    😉
    ciao!

  2. leggendo, di corsa,
    (pure di corsa, che qui quando scrivi grande scrivi però in grigio che non facilita no,)
    dico due cose due.
    La prima è che la meditazione fa bene e lo scopriremo sceitnificamente anche è solo questione ti ‘tempo politico’ e se il dalai lama ha scelto questo luogo e questo tempo, per me è un buon segno (o un cattivo segnoa anche forse sull’avvicinarsi di qualche…resadeiconti..)
    La seconda è che la dottssa che dice che l’uomo come sservatore è tutto fuorchè non relativizzabile…sbaglia usando la superbia umanista.
    L’osservatore umano, la cui ‘difettosità’ di osservazione e ‘realtività’ di osservazione è ovvia ai più, se posto in un insieme di osservatori educati e se usata una appopriata distribuzione statistica, e se stabilita bene la nnumerosità campionaria e se stabilito bene il campione, da ottimi risultati, nel senso di scientificamente accettabili.
    Gli umanisti in genere tendono a sconvolgersi all’idea di poter esser scientificizzati, avendo paura che questo li privi di umanità.
    E’ solo ignoranza (nel senso di ignorare) delle disciplne scientifiche.

    Ma questo non è il problema…è solo conseguenza della scissione della nostra scienza in umana e non, una delle tante scissioni illusorie…

    Io continuo a provare a meditare…

    Dimenticavo,
    ero venuto per sottoporti un quesito, sottoforma di post, da me…
    quando ti va..
    😉
    ciao!

  3. bello, lineare ed esaustivo il brano che hai riportato, pare l’estatta antitesi di un post scritto da un altro blogger (la-luna.splinder).
    Le certezze (o paletti, come li chiamo io)sono le ancore a cui ci teniamo per rendere più semplice la nostra vita, per poi divenire le nostre gabbie.
    Un pensiero che non sia flessibile e che non permetta di inglobare altri pensieri manca di capacità dialettica e non potrà evolvere e in questo processo può solo disintegrarsi o perdere efficacia.
    Grazie Kaapi di fornire sempre nuovi spunti
    Un sorriso

  4. bello, lineare ed esaustivo il brano che hai riportato, pare l’estatta antitesi di un post scritto da un altro blogger (la-luna.splinder).
    Le certezze (o paletti, come li chiamo io)sono le ancore a cui ci teniamo per rendere più semplice la nostra vita, per poi divenire le nostre gabbie.
    Un pensiero che non sia flessibile e che non permetta di inglobare altri pensieri manca di capacità dialettica e non potrà evolvere e in questo processo può solo disintegrarsi o perdere efficacia.
    Grazie Kaapi di fornire sempre nuovi spunti
    Un sorriso

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