P i e t r e

p e r

v i a g g i a r e


“Un gruppo di “pietre da collimazione” è stato rintracciato nell’atollo di Butaritari, nell’arcipelago delle Gilbert: lo studio della loro disposizione indica anche qui un’indubbia correlazione con le isole Marshall, poste 264 km a nord. Un secondo gruppo di sei-sette pietre si trova nell’isola di Arorae, la più meridionale delle Gilbert: esse son note ai nativi col nome di Te Atihu ni Borau che significa semplicemente “pietre per viaggiare”. Ciascun monolite funziona da indice per la direzione di una determinata isola dell’arcipelago, e tiene conto della deriva che i venti dominanti possono imprimere alle imbarcazioni.

I piloti, prima di intraprendere una traversata, si sedevano su di una piattaforma di osservazione posta a distanza della relativa pietra di traguardo e ne stimavano con accuratezza la direzione indicata, confrontandola con la disposizione di un determinato gruppo di stelle visibili in prossimità dell’orizzonte. Il ricordo, o una semplice mappa, dell’ associazione prospettica fra quelle stelle e la pietra di traguardo doveva evidentemente accompagnare e guidare il navigante durante tutto il tempo della traversata. Venivano anche eseguite, e lo sono tuttora, osservazioni a puro scopo d’addestramento, secondo quanto attesta un singolare esemplare di canoa di pietra esaminato dal Lewis nell’isola di Beru, anch’essa facente parte dell’arcipelago delle Gilbert.

Si tratta di una figura delineata sul terreno mediante l’impiego di pietre grossolane, che delimitano un’ area a losanga avente la diagonale maggiore di qualche metro di lunghezza e disposta nella direzione est-ovest, mentre la diagonale minore è allineata con l’ asse nord-sud. I vertici della figura sono contrassegnati da pietre poligonali aventi la funzione di indicare, tramite la propria mole e con la disposizione degli spigoli, l’ importanza e la direzione del flusso delle maree.

Il recinto di pietre raffigura evidentemente il bordo di un’imbarcazione. Il posto ove deve disporsi l’ osservatore nel corso della sua pratica d’addestramento è indicato da una grossa pietra rettangolare contenuta all’interno della losanga. Su di essa si erge un blocco di corallo che sta a simboleggiare il dio del mare, entità protettrice e di ausilio ai naviganti.”

Vincenzo Croce –

A i r e s i s
– Etnika


“Vieni amore mio, è l’ora.

Il bosco come un mare di foglie sopra di noi.
.
Cantano i venti.

Gonfiano gli abiti come vele.

In noi l’eco attraverso il cuore fino alla radice.

Ci chiamano.

E’ una strada invisibile richiama i passi ed il canto.

Prendi il tamburo con una mano e con l’altra spronalo come un destriero.

Op, Op… e gira, gira.

Attraverso l’onda del suono fatti portare da una scia di stelle…

Vieni amore mio, è l’ora

Ora di partire, di lasciare, di trasmutare.

La via delle Ossa, del Sangue, del Sogno.

Intreccia i tuoi capelli, intreccia un’altra kalamàa.

Ancora con le dita spargi latte,intorno.

Il fuoco risplende sulla montagna.

Vieni, vieni con me.”

K. A. & K. C. – Shamanic journey “131415.5.06”


© lab Harambeè – Qui & Altrove, 1996/2000

V e n t o

Questa sera c’è un eco qui. Viene da lontano.

Non so da dove.

Non so, ma sento un vento leggero, è ora di prepararsi…

Qualcosa sta per accadere.

Come da bambina, apro la finestra e guardo in sù, verso il cielo.
Poi prendo un pugno di terra, lo strofino fra le mani, le avvicino al viso e annuso.

Che profumo.

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Questo è il tempo delle non parole, di silenzi attaccati ai rami e tra i fili d’erba,questo è il tempo del non significato ristoratore .

Compressi tra mille e mille suoni e parole ,compressi tra storie vere e storie inventate, circondati da orme , e sentieri sconnessi,colori e colori come necessità, bisogno di illusioni e arcobaleni…….e allora questo è il tempo dei silenzi come mare ,e del buio ; questo è il tempo di foto in bianco e nero e di questo vento muto.

G a g a r i n



“Il dialogo tende al tacere ed è piuttosto l’ascoltatore colui che tace. Chi parla riceve senso da esso, chi tace è sorgente irrefrenabile di senso”

Walter Benjamin – “Metafisica della gioventù”

Ci sono parole che vogliono essere ascoltate. Chiedono, domandano.


Chiedono di essere ascoltate.

Dopo averle ascoltate mi accorgo di non averle comprese. Son quelle parole che scivolano via e mi portano con loro. Solo se seguo il loro richiamo capirò il loro messaggio, mi dico.


Ma dove mi porteranno?

Sono parole d’incanto, a volte, come una formula misteriosa che chiede fiducia, andare oltre. Non segnare i confini, non lasciare molliche o segnali per tornare indietro.


Un’altra via.

Altre volte, sono parole d’insulto che possono consumare con una provocazione tanta energia in una dinamica distruttiva sottile e nascosta. Essere coinvolti da una credenza, un ideale, una paura, un ricatto.

Che frastuono.

Ogni volta mi chiedo se posso rispondere, se devo. Cerco una risposta ma da qualche tempo non lo faccio subito,prima cerco di rilassarmi. Respiro dentro all’intervallo fra domanda e risposta.

Se la domanda è ancora valida, rispondo.


Altrimenti, sto in silenzio.

Ci sono parole che chiedono di essere ascoltate, ricordate, dimenticate perchè portano un messaggio che cambia a secondo del nostro ascolto.
Accade quando quelle parole si trasformano dando luce ed ombra alla voce che le pronuncia, alla pagina che le accoglie.


All’ascolto.

Segni su una pagina bianca, nell’aria spostano i pensieri,li intrecciano a barriera o a fronda d’albero scossa dal vento.

Oh,la voce a s’impenna, urla rimproveri,sospira, canta nenie, culla nianna nanne, riposa. Tace.


E loro, le parole, vanno via.



“Il dialogo tende al tacere ed è piuttosto l’ascoltatore colui che tace. Chi parla riceve senso da esso, chi tace è sorgente irrefrenabile di senso”

Walter Benjamin – “Metafisica della gioventù”

Ci sono parole che vogliono essere ascoltate. Chiedono, domandano.


Chiedono di essere ascoltate.

Dopo averle ascoltate mi accorgo di non averle comprese. Son quelle parole che scivolano via e mi portano con loro. Solo se seguo il loro richiamo capirò il loro messaggio, mi dico.


Ma dove mi porteranno?

Sono parole d’incanto, a volte, come una formula misteriosa che chiede fiducia, andare oltre. Non segnare i confini, non lasciare molliche o segnali per tornare indietro.


Un’altra via.

Altre volte, sono parole d’insulto che possono consumare con una provocazione tanta energia in una dinamica distruttiva sottile e nascosta. Essere coinvolti da una credenza, un ideale, una paura, un ricatto.

Che frastuono.

Ogni volta mi chiedo se posso rispondere, se devo. Cerco una risposta ma da qualche tempo non lo faccio subito,prima cerco di rilassarmi. Respiro dentro all’intervallo fra domanda e risposta.

Se la domanda è ancora valida, rispondo.


Altrimenti, sto in silenzio.

Ci sono parole che chiedono di essere ascoltate, ricordate, dimenticate perchè portano un messaggio che cambia a secondo del nostro ascolto.
Accade quando quelle parole si trasformano dando luce ed ombra alla voce che le pronuncia, alla pagina che le accoglie.


All’ascolto.

Segni su una pagina bianca, nell’aria spostano i pensieri,li intrecciano a barriera o a fronda d’albero scossa dal vento.

Oh,la voce a s’impenna, urla rimproveri,sospira, canta nenie, culla nianna nanne, riposa. Tace.


E loro, le parole, vanno via.



© lab Harambèe – k. c. barnabei

Milano & Altrove, aprile 2005

s p u n t a n o

Le foglie vanno verso il ramo,si avvicinano strigendosi a sè.
E tra loro. L’alberello ha sete.

Tra i sassi, uno vicino all’altro a lastricare il cortile,
come è verde l’erba.

Qui sopra, sui i balconi s’affacciano i vasi ancora senza fiori. Sarà così per poco,finchè si schiuderanno viola, rossi e bianchi petali, più o meno luminosi nelle corolle.

S’allungheranno i rami d’edera ricadente fra le sbarre delle ringhiere,soli.

Si apriranno anche di notte le finestre verso echi televisi o più domestici ad avvicinare stanze separate in appartamenti di città.


Lì.

Annaffiare. Ascoltare.
Annaffiare, Ricordare.

Annaffiare

Io,con i piedi per terra guardo il cielo. Anzi, lo sento.
Il mio respiro va e viene.

E mi sembra d’essere quieta.


foto di Phil Borges


Bequim


cammina
cammina
cammina

dalla strada
fino
ad un prato
distendersi
sulla terra
a contare

un filo d’erba
un filo d’erba
un filo d’erba
un filo d’erba
un filo d’erba
un filo d’erba
un filo d’erba
un filo d’erba
un filo d’erba

niente
parole

resta
resta
resta

qui
ora

il campanellino
al polso
si muove
drin
drin

distruzione

guerra
e
fame
nel mondo
non
lontano

tempesta
e
sole
ghiaccio
eterno

un’ombra
nel cielo
volo
di
puntini
e
puntini
a stormo

uno
due
tre
quatto
cinque
sei
sette
otto
nove

cammina
cammina
cammina

TAPPA 5 . 5 . 06

E’ la tappa di un Viaggio cominciato non so quando, questa.

Ed è una pausa, levo le scarpe le lascio fuori da una porta piccolina ed arcuata, entro nella bottega.

Mi accoglie una penombra profumata. Vicino all’ingresso, sopra ad un tavolino basso sono attratta da qualcosa. Chissà cos’è, forse un bracciale.

Sì, è un bracciale a fascia; mi sento osservata, ma da chi…? Qui non c’è nessuno.

Mi avvicino, comincio a vedere… a poco a poco siuniscono nel mio sguardo ,come tessere di mosaico, un occhio, l’altro, naso, bocca, orecchie. collo. Coda. E’ un leone, anzi un leoncino. Così giovane e picccolo.
Il corpo forma l’anello del bracciale, da un lato c’è la testa e dall’altro la coda.

Lo sfioro con le dita, piano piano. Ecco mi guarda ancona e, forse, sorride. Che strano bracciale…

Con delicatezza avvicino tutte e due le mani e prima ancora che il mio gesto si completi ecco…c’è un piccolo leone al postp del bracciale. ne conserva in parte la forma, a fatica si regge su delle zampette che stanno crescendo,ora.

Poi,mi guarda e ci sorridiamo. Il suo sorriso è quello di un bambino. Gli occhi limpidi ridenti e grandi, Cammina davanti ame, sembra contento. Mi abbasso mi avvicino.

Stop.

Il piccolo leone è sul mio polso sinistro ora . Avvolto come un bracciale ma è vivo e gira, gira.Sento il contatto morbido.

Siamo avvolti da una luce dorata. E’ l’alba,di nuovo.



© lab Harambèe-

a l t r o v e

6 . 5 . 06 (17.50)



Così ho sognato questa notte. Ieri era il mio compleanno.