Oh, l’affermazione si trasforma in una domanda: da quanto tempo non ascolto?
E’ stata una domanda tipica in questa mia vita, per quanto tempo ha indicato una mancanza, e non me ne sono accorta? Osservo in che direzione va…
Osservo, le domande si trasformano e vanno in questa direzione: vanno dentro di me. . . E così è proprio a me stessa che domando e domanderò . . . . Senza pausa fra domandare e ascoltare.
Un sentiero serpeggiante, nell’Ombra, inseparata dalla Luce, semplicemenete necessario… Essenziale e meraviglioso a suo modo.
“Prendersi Cura del Presente!”
“A levare e non mettere o aggiungere” (*). E allora che fare e come?
Un percorso che possa riscattare la mancanza nella sua potenzialità di essere un’occasione di disentificazione dell’assenza e della presenza separate. Essere connessi non è è una modalità, riconosce una condizione di autenticità, riconosce i limiti, li accetta e li affida all’Intento:
nella fiducia (l’appartenza si rivela e ci insegna a lasciare andare). Riconoscere e affidarsi all’Essenziale è un’Avventura . . . ?
” Se ti perdi, davvero, troverai la Fonte delle Lacrime e dei Sorrisi!
con riferimento al precedente, un altro SegnaPost(o)
“In questo tour, Dylan sta esplorando un terreno che nessun altro ha mai raggiunto prima, continuando a spingersi verso il futuro. Non sappiamo se lo rivedremo ancora, ma siamo grati di aver condiviso parte della nostra esistenza su questa terra nello stesso tempo in cui lo ha fatto lui. Ci siamo sentiti meno soli, e comunque andranno le cose, tornando a casa dopo queste due serate ci sentiamo come dice lui in una delle sue nuove canzoni, “viaggio leggero e sto tornando a casa”. E quell’assolo di armonica durante “Every grain of sand”, l’unico in tutto il concerto lo conserveremo a lungo nel cuore, come un pegno di amore e condivisione. “ * Paolo Vites
Grazie Paolo, come sempre. Ho letto e sentito: rispecchiato il rigore e lo struggimento percepito durante il suo concerto, solo quello del 3 luglio. Ecco, non descrivi, racconti di lui . . . e di te. Eppure ripercorri passo passo, tutto il suo percorso, di trasformazione, del suo ritorno a casa.
Il suo rigore, niente spazio per gli applausi, niente scenografia, solo quel panneggio infuocato che in un momento, non ricordo quando, si è trasformato in un fitto insieme di tronchi altissimi, forse a indicare così lontana la distanza dal Cielo da non poter vedere rami e foglie della loro chioma?
Nessuna pausa per gli applausi: non c’è posto per questo, voi non siete i vostri applausi, voi non siete pubblico, siamo tutti insieme e siamo qui, ora! Io non sono nessuno dei personaggi coi quali potrei essere identificato e neanche voi. Siamo connessi , a cominciare proprio da noi stessi, se guardiamo tutti da quella parte, consapevoli di tornare a casa, dal buio, disperati e lieti, insoddisfatti e grati… grati. Vedi la Scintilla ? Mi è sembrato ci dicesse quell’assolo ultraterreno di Armonica, verso la fine del concerto.
Quando si torna a casa e si allegerisce il bagaglio, non si tratta di dimenticare ma di riconoscere e lasciare andare. Niente è davvero perduto. Bob testimonia, ancora una volta, che torniamo allo Spazio e possiamo vivere la nostra Paura tanto che possa svanire, pura, spaziosa .
E, quell’assolo d’Armonica ha smesso d’incantare? No, mai. Uscita dall Teatro degli Arcimboldi, quando sono tornata a casa da sola, mi son chiesta: e addesso dove vado?
Attraversando la città che mi sembrava proprio sconosciuta, devastata, tra sconosciuti devastati; sulla banchina sotterranea della linea 7 (buio, sporcizia, assenza di indicazioni) una persona gridava pena di tradimento e abbandono al cellulare e indirettamente pure a chi era lì vicino; lì ancora ho sentito quella Voce d’Armonica struggente che , come lo Spazio, racchiude tutte le voci e tuttti i Silenzi. Non ha mai smesso il suo richiamo, la sua preghiera di invocazione e di gratitudine ( passaporto per il ritorno). Riconoscimento d’appartenza. Chi crediamo di essere ci separa da chi davvero siamo?!
Là, al concerto, di fronte a Bob, sentirsi soli , in sé stessi, e con lui, come soli ma non separati siamo, adesso. Qui e Altrove. Ascoltiamo, ascoltiamo, lontani e vicini, da lontano e da vicino.
Grazie ancora Paolo, di orientare lo Sguardo, il tuo e il nostro, verso quella Scintilla, e al Vento. Di esserne testimone.
Quando ci sono ricorrenze, come oggi, immancabili arrivano ricordi di corrispondenza (nel senso di un arrivo postale o di una relazione); memorie. Come tali son vive e s’affaccendano non tanto nella mente ma in un’area espansiva, sottille e a scomparsa…
“Ciò che tende a scomparire, riappare…. Le relazioni non sono mai finite!”
dicevi sorridendo. E quest’affermazione contrastava, o almeno così ipotizzavo allora, con il tuo mopdo di pensare prevalentamente lucidamente razionale. Avevo sempre immaginato che dietro a quella tua evidente razionalità, sempre accompagnata da una apprezzata (da tutti) disinvoltura nell’analisi dei fatti e nell’organizzazione di riparazioni e sistemazioni, ci fosse ben altro, insospettato e forse segreto, anche per te.
E, la faccio breve, oggi che stai immobile davanti al vetro della finestra o del televisore, ormai sono piuttosto sicura : stai guardando altrove e staresti meglio, se riconoscessi quella meravigliosa parte di te che ha sempre atteso in penombra di essere riconosciuta e liberata. Io la vedo, e vorrei che l’amassi anche tu come, non solo io, facciamo quando (se ce lo concedi) veniamo a trovarti.
Tu stai, senza lamentarti mai e quando io riesco a non spaventarmi e a stranirmi del tuo sguardo apparentemente assente e della stessa assenza delle tue parole, ascolto in pace, almeno per un poco, almeno per un momento … che sembra infinito. Ed allora, immagino anche lì per lì, di fronte a te, di scriverti un messaggio, nell’aria, anzi mi sembra che arrivi e si scriva da solo:
“Siamo provvisori, intanto che ci siamo vogliamoci bene, così liberam,ente, per quello che c’è e pure per quello che non c’è! Ed,aspettiamo il nostro cambiamento accogliendolo, qualunque sia. Distinti eppure mai separati.”
Questo messaggio ne riecheggia altri che ho ricevuto e continuo a ricevere, fanno sorridere la solitudine che m’accompagna, la fanno fiorire e sussurrare. Appaiono fugaci, in andata e ritorno incessanti e lievi fra le vite , segni di presenze di chi questa dimensione l’ha lasciata in altra forma e sempre si rinnova d’altri aspetti e comunicazioni.
Oggi, giorno di Resurrenzioni (sì. al plurale), pongo un segno in forma di fiore sullo schermo; il suo gambo s’allunga e diventa Aquilone d’Aria e di Vento.
E poi, prosaicamente, brindo con Prosecco in una coppa di Cristallo (dal servizio speciale che ho ereditato, nel ricordo di tanti brindisi passati e …futuri, in progress!)
Grazie.
Npal & Guigoz’s Lab Aprile 2021
(Pianta Spontanea cresciuta sull’asfalto di un marciapiedi e a ridosso di un muro, vicino a via Conterosso, Lambrate/Mi)
Si esclama “Era ora!” alludendo al momento presente un poco in ritardo rispetto alle aspettative; si usa un tempo al passato, per indicare qualcosa di già avvenuto nella nostra immaginazione e da allora rimasto in attesa?
“Inizia da oggi!”
Se vivo l’inizio e lo percepisco sospeso e sempre lontano dalla conclusione di un’azione che da tempo è attesa a completarsi, cosa accadrà?
Invece, potrei rispettare e riconoscere un percorso di nuovi inizi, ricorrenti e successivi, inanellati come le stagioni; sarò, mio malgrado, nel cambiamento, nella connessione al mistero di quel tempo che mai separa l’inizio dalla fine, (come il Seme sottoterra separato non è dall’Albero e dalla Foglia che diventerà . . . )?
Se la mia attenzione è sulla mancanza, sull’incompletezza, sulla distanza da una meta che forse mai sarà raggiumta… ecco, vedrò nello sforzo un’inizio affaticato, perduto. Un miraggio all’incontrario!
“Quando sarà l’Ora, la nostra apparenza, il colore della nostra Voce saranno immagine del Vuoto e del Silenzio,
quell’immagine che sempre ci attende per svanire… ”
Se scrivo si fa’ tardi, rispetto all’inizio del programma quotidiano. Invece, se non scrivo sfuggo da un’occasione di ascolto e di gioia.
“Allora scrivi solo due righe. E ascolta!”
Scrivere è una pausa dal programma di quello che “devo (dovrei) fare e che rimando. Sono un’esperta di procrastinazione, automaticamente invento scappatoie!
Si sono avvicendati, per anni, programmi e liste di “cose da fare” (mercificare/cosifare le azioni…?!) e oggi, dichiaro: “Stop!”. Nuova fase.
Alla fine della quarentena, non ancora ufficiale, mi fermo a rimboccarmi le maniche. Aspetto un momento, che arrivi qualche suono o una canzoncina d’incoraggiamento. Ed incomincio ad ascoltare. Ascolterò sia il programma sia il suo contrario. Riuscirò a stare in equilibrio, o in bilico, fino a stasera, almeno?
Oggi, c’è una luce soffusa, velata. il cielo è bianco, come una pagina. I cinguettii, dalla finestra sul lato sud della casa, fanno immaginare voli verso nuovi nidi.
Questo post è in progress, come i precedenti. Anzi, di più. . .
Scrivere post limitandomi a poche righe o ad un’immagine soltanto, mi consente di sorprendermi, prima o poi. La volta successiva all’inizio ritorno a leggere o a quardare. Ascolto, e continuo. E, così via.
Questa specie di piccolo rito mi sostiene, posso riconoscere la mia tendenzaa a procrastinare (il mio intralcio principale) e ricordarmi del percorso e di ascoltare “le storie”.
“Le storie la raggiungevano, prima o poi. Quando stava in silenzio, le accoglieva meglio. Quando invece era presa da pensieri o affacendata a volte le trascurava, ascoltandole di sfuggita, senza dialogarci. Oppure, quando era triste, tristissima, le aspettava, persino evocandole, per avere compagnia e farsi tramite di quella scintilla ad altre solitudini. “
Con l’avvento di Facebook le storie potrebbero non restare intrappolate nella rete di approvazione o di diniego?
(quanti “I like” ci sono sotto ad un post?) .
Le storie chiedono libertà di trasmetersi, come piace a loro, amano sia il silenzio sia lo stupore. Si meritano puro ascolto. Sono ospiti, non proprietà condominiali da affitare o vendere.
Sì, ho nostalgia dei “tempi dei blog” e di quegli incontri con persone conosciute, così intensi nell’infinito spazio fra le parole. Quante storie e sussurri insieme ad un nome, in sospeso fra presenza percepita e invisibilità. Una narrazione libera di scorrere, via. Eppure, ci univa.
Mi hanno sempre affascinato le immagini (“aperte”) che hanno in sé qualcosa d’indefinito. Alludono, evocano senza descrivere una forma. Abitano lo spazio, non al servizio di un concetto da riconoscere ed assimilare. Piuttosto evocheranno un’appartenenza, una visione senza l’obbligo di credere in un’affermazione. Forse per questo, sono sempre stupita ad ascoltare davanti ad un’opera di “arte preistorica” cosiddetta dai posteri nata invece come atto magico dalla connessione consapevole e poetica fra Umanità & Natura – e viceversa?!
Si tratta di una visione (perduta) ma eternamente presente, magari in pen-Ombra se la separazione dualistica – di genere, valore e legittimità – viene data per scontata da un automatismo di giudizio e di classificazione. Invece, i nostri Antenati preistorici non si sentivano separati dalla Natura e dall’Altro Mondo: essere vivi ed esprimerlo significava trasmettere ed incarnare una connessione, senza finalità rappresentative/affermative. Una necessità, essenziale per la vita ed anche per la sua compartecipe nell’inevitabile trasformazione in divenire, la morte.
Stamattina, ho ritrovato immagini ed uno scritto descrittivo della Grotta Chauvet (*). E mi sono commossa nel riconoscere l’inseparazione di due immagini: quella di una fiera (Leone/ssa?) e di una figura umana, con vulva (triangolo pubico) bene in vista. La testa animale s’abbina o sostituisce, quella femminile enunciata ( o cercata) nella descrizione per una “Venere” , non del tutto riconoscibile come tale. Chi guarda potrebbe restare in perplessità cercandola, come se qualcosa mancasse, o fosse confusa nel soggetto classificato come tale.
Oggi, siamo abituati a guardare cercando corrispondenze o differenze rispetto ad idee o concetti predefiniti, piuttosto che a sentire sensibilemente ed essere parte della visione in atto – (“Mentre guardi una rosa, diventa una Rosa. Diventa il suo Profumo!“).
Eppure, quella vulva è lì, affonda ne si rispecchia nella fessura della roccia, ne è tridimensialmente tradotta, mentre la sua forma riconoscibile muta, a seconda del punto di vista. Presenza ed assenza – (si vede & non si vede, in-visibile) – si uniscono nel cambiamento della percezione interiore (dietro allo sguardo … “altri occhi”). Un Altro Sguardo. Fluttua il sentire oltre alla divisione dell’in-visibile (dall’interno all’esterno, dal particolare al tutto e, viceversa… ).
Si resterà muti, ad ascoltare?
Lasciar passare pensieri, non tradurli in parole. L’immagine avrà la libertà di svanire almeno in parte. Ecco, un’opportunità per restare silenziosamente ad ascoltare. Ciò che non si rivela, resterà sospeso in attesa d’essere riconosciuto, di nuovo. Il Silenzio ci potrà parlare. Un’altra Voce, un Altro Suono, un’Altra Musica!