Questo è il tempo delle non parole, di silenzi attaccati ai rami e tra i fili d’erba,questo è il tempo del non significato ristoratore .

Compressi tra mille e mille suoni e parole ,compressi tra storie vere e storie inventate, circondati da orme , e sentieri sconnessi,colori e colori come necessità, bisogno di illusioni e arcobaleni…….e allora questo è il tempo dei silenzi come mare ,e del buio ; questo è il tempo di foto in bianco e nero e di questo vento muto.

G a g a r i n



“Il dialogo tende al tacere ed è piuttosto l’ascoltatore colui che tace. Chi parla riceve senso da esso, chi tace è sorgente irrefrenabile di senso”

Walter Benjamin – “Metafisica della gioventù”

Ci sono parole che vogliono essere ascoltate. Chiedono, domandano.


Chiedono di essere ascoltate.

Dopo averle ascoltate mi accorgo di non averle comprese. Son quelle parole che scivolano via e mi portano con loro. Solo se seguo il loro richiamo capirò il loro messaggio, mi dico.


Ma dove mi porteranno?

Sono parole d’incanto, a volte, come una formula misteriosa che chiede fiducia, andare oltre. Non segnare i confini, non lasciare molliche o segnali per tornare indietro.


Un’altra via.

Altre volte, sono parole d’insulto che possono consumare con una provocazione tanta energia in una dinamica distruttiva sottile e nascosta. Essere coinvolti da una credenza, un ideale, una paura, un ricatto.

Che frastuono.

Ogni volta mi chiedo se posso rispondere, se devo. Cerco una risposta ma da qualche tempo non lo faccio subito,prima cerco di rilassarmi. Respiro dentro all’intervallo fra domanda e risposta.

Se la domanda è ancora valida, rispondo.


Altrimenti, sto in silenzio.

Ci sono parole che chiedono di essere ascoltate, ricordate, dimenticate perchè portano un messaggio che cambia a secondo del nostro ascolto.
Accade quando quelle parole si trasformano dando luce ed ombra alla voce che le pronuncia, alla pagina che le accoglie.


All’ascolto.

Segni su una pagina bianca, nell’aria spostano i pensieri,li intrecciano a barriera o a fronda d’albero scossa dal vento.

Oh,la voce a s’impenna, urla rimproveri,sospira, canta nenie, culla nianna nanne, riposa. Tace.


E loro, le parole, vanno via.



“Il dialogo tende al tacere ed è piuttosto l’ascoltatore colui che tace. Chi parla riceve senso da esso, chi tace è sorgente irrefrenabile di senso”

Walter Benjamin – “Metafisica della gioventù”

Ci sono parole che vogliono essere ascoltate. Chiedono, domandano.


Chiedono di essere ascoltate.

Dopo averle ascoltate mi accorgo di non averle comprese. Son quelle parole che scivolano via e mi portano con loro. Solo se seguo il loro richiamo capirò il loro messaggio, mi dico.


Ma dove mi porteranno?

Sono parole d’incanto, a volte, come una formula misteriosa che chiede fiducia, andare oltre. Non segnare i confini, non lasciare molliche o segnali per tornare indietro.


Un’altra via.

Altre volte, sono parole d’insulto che possono consumare con una provocazione tanta energia in una dinamica distruttiva sottile e nascosta. Essere coinvolti da una credenza, un ideale, una paura, un ricatto.

Che frastuono.

Ogni volta mi chiedo se posso rispondere, se devo. Cerco una risposta ma da qualche tempo non lo faccio subito,prima cerco di rilassarmi. Respiro dentro all’intervallo fra domanda e risposta.

Se la domanda è ancora valida, rispondo.


Altrimenti, sto in silenzio.

Ci sono parole che chiedono di essere ascoltate, ricordate, dimenticate perchè portano un messaggio che cambia a secondo del nostro ascolto.
Accade quando quelle parole si trasformano dando luce ed ombra alla voce che le pronuncia, alla pagina che le accoglie.


All’ascolto.

Segni su una pagina bianca, nell’aria spostano i pensieri,li intrecciano a barriera o a fronda d’albero scossa dal vento.

Oh,la voce a s’impenna, urla rimproveri,sospira, canta nenie, culla nianna nanne, riposa. Tace.


E loro, le parole, vanno via.



© lab Harambèe – k. c. barnabei

Milano & Altrove, aprile 2005

s p u n t a n o

Le foglie vanno verso il ramo,si avvicinano strigendosi a sè.
E tra loro. L’alberello ha sete.

Tra i sassi, uno vicino all’altro a lastricare il cortile,
come è verde l’erba.

Qui sopra, sui i balconi s’affacciano i vasi ancora senza fiori. Sarà così per poco,finchè si schiuderanno viola, rossi e bianchi petali, più o meno luminosi nelle corolle.

S’allungheranno i rami d’edera ricadente fra le sbarre delle ringhiere,soli.

Si apriranno anche di notte le finestre verso echi televisi o più domestici ad avvicinare stanze separate in appartamenti di città.


Lì.

Annaffiare. Ascoltare.
Annaffiare, Ricordare.

Annaffiare

Io,con i piedi per terra guardo il cielo. Anzi, lo sento.
Il mio respiro va e viene.

E mi sembra d’essere quieta.


foto di Phil Borges


Bequim


cammina
cammina
cammina

dalla strada
fino
ad un prato
distendersi
sulla terra
a contare

un filo d’erba
un filo d’erba
un filo d’erba
un filo d’erba
un filo d’erba
un filo d’erba
un filo d’erba
un filo d’erba
un filo d’erba

niente
parole

resta
resta
resta

qui
ora

il campanellino
al polso
si muove
drin
drin

distruzione

guerra
e
fame
nel mondo
non
lontano

tempesta
e
sole
ghiaccio
eterno

un’ombra
nel cielo
volo
di
puntini
e
puntini
a stormo

uno
due
tre
quatto
cinque
sei
sette
otto
nove

cammina
cammina
cammina

TAPPA 5 . 5 . 06

E’ la tappa di un Viaggio cominciato non so quando, questa.

Ed è una pausa, levo le scarpe le lascio fuori da una porta piccolina ed arcuata, entro nella bottega.

Mi accoglie una penombra profumata. Vicino all’ingresso, sopra ad un tavolino basso sono attratta da qualcosa. Chissà cos’è, forse un bracciale.

Sì, è un bracciale a fascia; mi sento osservata, ma da chi…? Qui non c’è nessuno.

Mi avvicino, comincio a vedere… a poco a poco siuniscono nel mio sguardo ,come tessere di mosaico, un occhio, l’altro, naso, bocca, orecchie. collo. Coda. E’ un leone, anzi un leoncino. Così giovane e picccolo.
Il corpo forma l’anello del bracciale, da un lato c’è la testa e dall’altro la coda.

Lo sfioro con le dita, piano piano. Ecco mi guarda ancona e, forse, sorride. Che strano bracciale…

Con delicatezza avvicino tutte e due le mani e prima ancora che il mio gesto si completi ecco…c’è un piccolo leone al postp del bracciale. ne conserva in parte la forma, a fatica si regge su delle zampette che stanno crescendo,ora.

Poi,mi guarda e ci sorridiamo. Il suo sorriso è quello di un bambino. Gli occhi limpidi ridenti e grandi, Cammina davanti ame, sembra contento. Mi abbasso mi avvicino.

Stop.

Il piccolo leone è sul mio polso sinistro ora . Avvolto come un bracciale ma è vivo e gira, gira.Sento il contatto morbido.

Siamo avvolti da una luce dorata. E’ l’alba,di nuovo.



© lab Harambèe-

a l t r o v e

6 . 5 . 06 (17.50)



Così ho sognato questa notte. Ieri era il mio compleanno.

Da: rifo78@yahoo.it
Oggetto: [RK] Parigi chiama – MayDay ’06 – appello
Data: 24 aprile 2006 20:26:38 GMT+02:00
A: neurogreen@liste.rekombinant.org
Rispondi a: rekombinant@liste.rekombinant.org, rifo78@yahoo.it

da poche ore rioccupata la Sorbona, pericolo di sgombero già da questa notte…

MayDay ’06 Parigi
Dall’autunno italiano al marzo francese, in viaggio contro la precarietà!

Il movimento francese ha riempito questo 2006 di una musica diversa, che in tante e tanti, nel resto d’Europa, hanno subito riconosciuto. La musica del conflitto, della differenza, della discontinuità.
Il “marzo francese” è stato caratterizzato da una potenza straordinaria, da una capacità inedita di produrre decisione comune, dai blocchi e dalle invasioni metropolitane dove si è praticata una riappropriazione senza precedenti dello spazio e del tempo: una scossa tellurica che ha fatto tremare De Villepin e Chirac. Ma questo “marzo” è stato segnato anche dall’incontro di lingue diverse, dalla partecipazione di una soggettività nomade europea in lotta, che in Francia è venuta a condividere gli sforzi, la necessità del conflitto e l’autonomia del progetto, imparando dal desiderio e dalla rabbia, dalla passione e dall’intelligenza che si è espressa in questi mesi.

Le “facoltà ribelli” italiane hanno ingaggiato la loro battaglia durante l’autunno trascorso, in un paese dove la precarietà del lavoro e l’impoverimento dei contenuti e delle condizioni di studio dilaga da anni, grazie a leggi e riforme trasversali ai diversi schieramenti di governo. Contro il disastro riformistico che ha coinvolto in questi anni l’università, la scuola, la ricerca si è costituita la soggettività in lotta che ha attraversato le assemblee e i cortei francesi. Le facoltà ribelli dell’autunno italiano hanno raggiunto Parigi, lottato al fianco del “marzo francese”, sentito la stessa speranza, praticato la stessa rottura.

La marcia indietro sul Cpe sicuramente ci consegna un dato ambiguo e parziale e nello stesso tempo un passaggio enorme è stato compiuto. Nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza la radicalità dello sciopero metropolitano, del blocco, senza la capacità degli studenti francesi di trascinare con se precari e lavoro dipendente, sindacati e società civile.
Quanto è accaduto e sta accadendo in Francia è una novità straordinaria, una discontinuità eccellente con cui fare i conti: di qui in poi un nuovo ciclo di lotte si è aperto!

Sappiamo di una storia sindacale coraggiosa e piena di invenzione, una storia rivoluzionaria.
IWW, il sindacato statunitense che agli inizi del ‘900 ha organizzato le lotte dei nuovi, “selvaggi”, lavoratori dequalificati: una storia nomadica che in molti modi parla della MayDayParade.
Nella consapevolezza di essere oggi, al pari degli studenti francesi ed europei, i nuovi lavoratori selvaggi del sapere e della conoscenza, abbiamo deciso di rimetterci in viaggio, di raggiungere di nuovo Parigi, di partecipare alla MayDayParade parigina.

La sfida, infatti, al seguito delle battaglie decisive che hanno attraversato le facoltà europee (tanto italiane, quanto francesi) è quella di immaginare nuove forme di comunicazione, di condivisione di pratiche e di contenuti, di elaborazione di campi di vertenza comuni. Va da sé, quindi, che grande importanza assume per noi, non solo la Parade che partirà da Pigalle, ma l’assemblea europea del 2 maggio. Un’occasione per declinare socialmente, a partire dalle lotte concrete sul terreno della precarietà e della formazione, un nuovo tessuto di relazione.

Saranno tante le facoltà italiane che organizzeranno pullman: Roma, Bologna, Venezia, Padova, Torino, Trento, Trieste, Pisa, Milano, Napoli, Cosenza, Verona, Cagliari. Una lunga carovana attraverserà i confini gridando il suo no alla precarietà, qualità e carattere condiviso dei saperi. Saranno anche tanti i precari e i migranti che prenderanno parte a questa nuova sfida.

<font face="Courier New" color="#ff1122" size="3"

Europe, debout! Réveilles-toi!

Nella gioia, nella rabbia, fuori dal ricatto!

Studenti e precari dalle facoltà e dalle scuole ribelli

info – pullman: 340/6601691 (roma), 347/5451142 (padova), 349/3116077 (bologna), 347/3837641 (torino), 338/4470381 (milano)

<font face="Courier New" color="#ff1122" size="5"

mi sono moltiplicato per sentirmi,
per sentirmi ho dovuto sentire tutto,
sono straripato, non ho fatto altro che traboccarmi…

una sola moltitudine


lab HarambèeMay Day, Milano 2005

p e r T e r r a

Copio incollo, un po’ trafelata anche oggi, tornerò presto… Nel frattempo buon primo maggio e buona Vita…a noi tutti dovunque saremo….!

Lo spirito di buona rivolta con la sua forza naturale coraggiosa intesamente rispettosa non ha paese… ma l’universo sconfinato. A volte, basta girare l’angolo dietro casa… altre volte, non basta.

Se non si può andare a Parigi, si andrà più vicino che conta è il viaggio…

Comumque,il “viaggio ribelle” c’è, se c’è. Dentro e sempre. A qualunque età. O no…?

Vi abbraccio

kaapi


lab Harambèee